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Una missione salvifica
Scrive, dunque , il prof. Santamaita.
"" Il dibattito sulla
scuola meritoriamente ospitato dal Centro è così ricco
di osservazioni e di spunti, che è difficile resistere alla tentazione
di intervenire. Due ordini di considerazioni impediscono , a mio avviso,
il finanziamento pubblico alla scuola privata. (1)
Vi
sono in primo luogo le motivazioni di caratere ideale e culturale, illustrate
da Laporta (Raffaele)
( vedi
n. 16 INTERVIENE L' ESPERTO) con tanta chiarezza che qui si
può solo richiamarle. Si potrebbe semmai aggiungere che una istituzione
educativa confessionale , orientata a fini di evangelizzazione e di proselitismo
- religioso, politico o di altro genere - non può definirsi scuola
pubblica. (2)
Nel
1995 la lettera della Cei (Commissione Episcopale Italiana) Per la
scuola presentava la scuola cattolica come espressione della
missione salvifica della Chiesa e come strumento privilegiato della sua
opera di evangelizzazione : cose degnissime, che tuttavia non si capisce
perchè debbano essere finanziate dallo Stato come se si trattasse
di pubblica istruzione. (3) In un altro documento del
1983 ( La scuola cattolica, oggi, in Italia) i vescovi
affermavano che ai docenti della scuola cattolica si chiede una <<scelta
di fede>> che faccia << di ogni educatore un evangelizzatore
>>.
La
Chiesa ha tutto il diritto, e direi persino il dovere, di sostenere queste
posizioni, ma non può al tempo stesso pretendere che esse configurino
un <<servizio di pubblica utilità>> : si tratta pur
sempre di una scuola il cui fine è farsi strumento di evangelizzazione
e di proselitismo a favore di una parte, per quanto eminente.(4)
Ma,
si dice, i finanziamenti pubblici sarebbero subordinati al rispetto di
parametri, principi definiti per legge, nel rispetto della costituzione.
Appunto : se il progetto educativo della scuola cattolica resta fedele
ai fini illustrati in tanti documenti, se i suoi insegnanti vanno scelti
sulla base di una scelta di fede, allora non saranno nè il numero
degli allievi nè la superficie delle aule a rendere pubblica a tutti
gli effetti una scuola così organizzata. (5)
Nessuno, d' altra parte, può chiedere alla Chiesa di rinunciare
al proprio progetto educativo nè impedirgli di scegliersi i propri
docenti; la Costituzione tutela giustamente questi diritti che per loro
stessa natura non hanno nulla a che vedere con una scuola pubblica,
democratica e non confessionale. Il principio di sussidiarietà,
come si vede, qui non c' entra. (6)
Senza oneri per lo Stato
Il secondo ordine di motivazioni fa diretto riferimento alla Costituzione. C'è poco da interpretare: senza oneri per lo Stato vuol duire senza oneri per lo Stato; condivido il parere, espresso da autorevoli studiosi, secondo cui la strada maestra per il finanziamento pubblico della scuola privata passa necessariamente per la modifica, o la soppresione, di quella espressione. Si metta da parte lo spauracchio della guerra di religione: si apra un dibattito nel Paese, si ascoltino tutte le voci, si utilizzi l' art. 138 della Costituzione per emendarla in quel punto e si sottoponga la revisione a referendum confernativo : meglio un chiaro pronunciamento del parlamento e del Paese, che l' attuale umiliante gara interpretativa del senza oneri per lo Stato. (7)
L' obbligo ...facoltativo (!)
Personalmente
aggiungerei dell' altro: la revisione costituzionale andrebbe integrata
da una modifica concordata che trasformasse l' attuale insegnamento della
religione cattolica nella scuola pubblica in una più pluralista
disciplina storico-religiosa. Oggi abbiamo un insegnamento confessionale,
obbligatorio da impartire ma facoltativo da seguire; lo
studente che non intende avvalersene deve subire una materia alternativa
che ormai è fatta di purissimo niente; i docenti sono pagati dallo
Stato ma scelti dal vescovo; un pasticcio politico, un assurdo pedagogico,
oltre che una ferita alla laicità della scuola di tutti. (8)
Se passassero la revisione
costituzionale e la modifica concordataria si avrebbe una pubblica
istruzione laica per davvero, attenta anche al valore educativo del fenomeno
religioso, e una scuola privata in condizione di offrire il suo progetto
educativo a chi intendesse seguirlo. La legge sulla parità,
così com'è, finirebbe con il determinare un doppio regime
di favore a vantaggio dell' educazione cattolica, il che sembra eccessivo
anche per l' Italia.(9)
Quello proposto non è
uno scambio furbesco, ma un modo limpido , fondato su ragioni di merito,
per ristabilire il carattere laico della scuola pubblica e per tutelare
il diritto dei privati, cattolici o meno,
<<di istituire scuole ed istituti
di educazione>> nel rispetto della Costituzione.
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(*) Ma perchè i nostri giornalisti
usano in continuazione termini stranieri che molti lettori non conoscono
?
E' tanto semplice
dire : incontro , convegno, assemblea.
(1) L' opinione è accettabile poichè rivolta in generale alla distinzione pubblico/privato.
(2) Ed infatti i cattolici la definiscono privata in alternativa a quella statale, vedremo poi perchè può essere definita anche pubblica.
(3) Qui pare ci sia qualcosa che non torna nell' uso dei concetti di -scuola privata- scuola pubblica - e -pubblica istruzione - ; le espressioni appaiono utilizate in maniera non pertinente perchè fuori dagli specifici contesti di pertinenza; ma l' uso " allegro " ed improprio di termini ed espressioni sembra che sia una caratteristica molto diffusa fra chi si picca di scrivere sulla scuola.
(4) Trattasi di una affermazione che desta perplessità sostanziose : perchè una parte eminente di giovani che scegliesse di essere evangelizzata non dovrebbe costituire soggetto di pubblica utilità ? I proseliti della Chiesa sono forse diversi dai proseliti fatti da un qualunque partito politico laico? In che cosa questi secondi , come cittadini, si distinguono dai primi ?
(5) Dunque la scuola è pubblica solo se non ha insegnanti cattolici per scelta di fede; e già, perchè un insegnante cattolico che non insegna religione ( e ce ne sono tanti !) non fa opera di proselitismo , anche se indiretto? E come la mettiamo , allora, con gli insegnanti elementari di ruolo che hanno scelto di insegnare religione cattolica ? Li licenziamo tutti ? Cioè , da un proselitismo cattolico passiamo ad un proselitismo ufficiale di Stato laico ?
(6) Fin qui non si è ancora capito cosa impedisce ad una scuola privata cattolica di essere pubblica e democratica; sarà, forse, la struttura rigida e verticale della Chiesa? E dove mettiamo la struttura rigida e verticale della scuola pubblica statale ? Ma adesso è in arrivo l' autonomia per decreto che , soprattutto in campo didattico, rende libera la scelta curriculare delle singole scuole e , quindi, paradossalmente , legittima sul piano didattico-educativo tutte le scuole pubbliche e private di qualunque confessione religiosa e di partito: con buona pace dei laici "mangiapreti" ad oltranza. Il problema, dunque, è di altra natura.
(7) Alle tante e diversificate
interpretazioni già espresse , sia pro che contro, vogliamo aggiungerne
una anche noi rileggendo i commi 3 e 4 dell' art. 33; interpretazione,
peraltro, desumibile anche dalla lettura del TITOLO VIII - Parte
seconda - del T.U. 297/94 .
Il comma 3 fissa il diritto per Enti e
privati ad istituire "scuole ed istituti di educazione" in parallelo, ma
non equipollenti, a quelle statali, e senza oneri, appunto, per lo
Stato. E qui si ferma. Gli interessati, dunque, sanno che i costi
della loro eventuale attività non possono essere a carico della
collettività. Chiunque voglia acquisire "l 'educazione" offerta
da tali istituzioni sa, pertanto, che deve pagarsela in quanto chiede
ed ottiene un servizio diverso da quello statale.
Il comma 4 , a sua volta
, fissa un altro concetto che si aggiunge ed implementa quello del comma
3 :
LA PARITA' , ma solo per le scuole
private che la chiedono; si desume, dunque, che le scuole private possono
essere di due tipi: quelle che vogliono restare private, cioè
libere, e quelle che , invece, chiedono la parificazione alle statali;
per queste ultime lo Stato oltre a fissare diritti e doveri deve assicurare
ai frequentanti un " ..trattamento scolastico equipollente .." a
quello delle proprie scuole.
Dalla particolare condizione
prevista in questo comma , ripetiamo: separata e distinta da quella del
comma 3, derivano , a nostro avviso, alcuni comportamenti inevitabili da
parte dello Stato:
- poter negare la parità
a chi la chiede in assenza delle condizioni che rendono una scuola privata
paritaria ed equipollente a quella statale;
- concedere la parificazione solo in presenza
delle condizioni previste dalla Legge ;
- riconoscere, con la parificazione, un
intervento sussidiario delle scuole private a favore dello Stato che ,
in pratica, da queste scuole dovrebbe essere sgravato di un impegno
organizzativo, per piccolo che possa essere;
- riconoscere che con la parificazione
le scuole private hanno il diritto, oltre che alla piena libertà
didattica e di insegnamento nell' ambito del quadro curriculare nazionale,
quanto meno ad un congruo contributo finanziario che servirebbe anche ad
assicurare in concreto una grossa parte di quel " trattamento scolastico
equipollente" previsto dal comma 4.
La regolamentazione dei citati
commi 3 e 4 si trova, come sopra accennato, nel T.U. 297/94, dall'
artt. 331 al 365; la lettura di tali articoli conferma la nostra
interpretazione sopra esposta anche se va segnalata la necessità
di una loro revisione di adeguamento alle nuove esigenze. Il problema ,
dunque, non è dato dal "senza oneri" ma dalla volontà politica
di affrontare o meno la questione scolastica in modo concreto.
(8) Su questa osservazione siamo perfettamente d' accordo; aggiungiamo , anzi, che trattasi, a nostro avviso, oltre che di un compromesso politico, di una riconferma e di una ri - dimostrazione plateale ed inopportuna del potere temporale della Chiesa, mai dismesso e che ora si manifesta nella scelta incontestabile e non controllabile del personale docente sul quale è possibile esercitare ogni tipo di richiesta e di pressione pena la perdita del posto; circa l' efficacia dell' insegnamento da parte dei docenti scelti dai vescovi, la CEI ha commesso un grosso errore di valutazione, almeno per la scuola materna ed elementare; gli insegnanti di R.C.di nomina vescovile hanno comportato solo intralcio e perdita di tempo, e senza migliorare l' insegnamento .
(9) A parte il fatto che , oltre alla religione cattolica, potremmo dover inserire fra non molto,anche quella protestante , buddista, mussulmana, ebraica ecc. sinceramente non vediamo la ragione per cui una educazione fondata sui principi della religione cattolica ( ma anche delle altre) sia da considerarsi inutile , se non dannosa, ai fini di una educazione / formazione dell' uomo e del cittadino, così come previsto dagli artt. 118, 161 e seguenti del Testo Unico 297/94.
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