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Sommario : Un genio per maestro - Obbligo a 16 anni - Maestri e Circolari - Il difficile tempo dei nostri ragazzi - Cattolici e senso dello Stato - Governanti e governati - La parita' col trucco - Autonomia scolastica e "statuto degli studenti"
Il '900 e la cultura classica
I milleduecento insegnanti, che rifiutano di dedicare l' ultimo anno di studi secondari alla storia del '900 rivendicando i diritti della storia greco-romana e del mondo medievale, trascurano forse ingiustamente l' incremento della cultura greca e latina nella scuola dell' obbligo previsto nella proposta di programmi scolastici stilato da uno scelto gruppo di esperti e illustrata dall' onorevole Berlinguer giorni fa ai Lincei. Sulla proposta è ancora difficile dare un giudizio. Se qualcuno ascoltandone i criteri l' hanno definita "un libro di sogni" avrà magari le sue ragioni; comunque essa ricompenserà certo anche la storia del '900, e la disobbedienza dei Milleduecento è forse prematura; le loro critiche potrebbero trovar posto nella discussione con "il mondo della scuola e delle ricerca" che il Ministro sta preparando intorno al progetto. Ma semmai è su tutto l' insieme che sembra lecito qualche dubbio.
Il dubbio
Il dubbio più sero è vecchio e stagionato,
e riaffiora e cresce ad ogni levar di programma scolastico: come offrire
nella scuola un quadro organico di cultura che rifletta interamente la
realtà culturale della società ?
Il
sapere cresce moltiplicandosi senza tregua, gli eventi che ci riguardano
non sono più ristretti all' Occidente ma han luogo in tutto il mondo,
il nuovo "villaggio globale".
Se cent' anni fa insegnare ogni aspetto della cultura era già difficile,
come riuscire a farcela oggi?
Si diceva una volta che occoreva limitarsi all' esenziale: oggi il ministro
parkla di "nuclei fondanti" delle singole discipline e anche di "ampie
griglie di saperi" . Le difficoltà però sono sempre nate
nell' impresa di definire l' essenziale, i nuclei, le griglie, e non sono
difficoltà da poco: provare per credere. Un tempo una scappatoia
c' era perchè molte materie si assegnavano solo ad uno o ad un altro
tipo di scuola : nei licei-ginnasi molto greco e latino, molta storia,
filosofia, letteratura ed arte, emolto meno matematica e scienze; nei licei
scientifici niente greco, na o due lingue straniere, meno filosofia e più
scienze; nei magistrali meno lingue e un po' di pedagogia, negli istituti
tecnici niente latino, greco, filosofia , poca storia e letteratura e scienze
e molte materie tecniche; fino agli istituti profesionali in cui tuta la
"cultura generale" si riduceva alle 9-10 ore settimanali, ed il resto era
tecnica. Le differenze però sono andate sempre più riducendosi,
non tanto sulla carta quanto nella pratica delle innovazioni sperimentali.
Nel riordino dei "cicli scolastici" proposto dall' attuale ministro la
riduzione è ancor più radicale: le differenze definitive
(poche) sarebbero limitate quasi tutte all' ultimo triennio di studi. E
anche nella nuova proposta i programmi non sembrano differenziarsi più
molto per tipi di scuola.
Il problema , il genio e l' autonomia
Il
problema di insegnar tutto a tutti si complica se si pensa al tempo che
la scuola ha disponibile. Il ministro dice che essa deve aver " l'
ambizione di saldare il passato col futuro" : un passato ogni giorno più
lungo e affollato, una saldatura sempre più complicata, per la quale
il tempo è stato sempre troppo poco. Ma l' onorevole Berlinguer
prevede " meno discipline meno ore". Quale genio didattico risolverà
il problema di insegnare una cultura crescente riducento le materie ed
il tempo per insegnarle?
Se
un genio ci sarà, se emergerà nella grande discussione nazionale
sul progetto , previsto con gli insegnanti e il "mondo della ricerca" (solo
i primi, circa ottocentomila teste), avrà comunque un bel da fare.
Chi
ha seguito le diatribe nate da ognuna delle proposte fatte finora dal ministro
immagina facilmente il pandemonio che seguirà se l' invito a discutere
sarà preso sul serio.Nessun genio potrà controllarlo.
Da
qui un altro dubbio: come si riuscirà a trarre un senso comune dal
pandemonio? Certo, a non andar per il sottile un documento ministeriale
si può sempre tirar fuori da qualunque groviglio di idee. Ma il
ministro si cautela aggiungendo che la incombente autonomia scolastica
autorizzerà ogni scuola a interpretare autonomamente il progetto.
E allora non sarebbe meno retorico e più sensato accontentarsi di
esso, come è stato già stilato dal qualificato gruppo
di esperti? Ognuno poi autonomamente l' accetterà , lo modificherà
o magari lo rifiuterà: come già stan facendo, in anteprima
sull' autonomia, i milleduecento professori di storia.
AL SOMMARIO ALL' INDICE GEN.LE
Sintesi di una lunga storia
A scuola fino a 16 anni. Si incominciò a parlarne
nel 1962. Si trattava di prolungare la scuola media in un biennio successivo
il più possibile unico, ma non si poteva far questo senza occuparsi
di tutta la secondaria superiore. Il primo progetto di legge in materia
è del 1967. Nel 1970 un convegno fra esperti italiani e stranieri
generò un dibattito che poi nel '71 una proposta di legge quadro.
Nel '72 si ebbe un progetto di legge PCI, seguito da un altro DC nel '73.
Poi nel '75 si aprirono le cataratte: tutti i partiti presentarono un loro
èprogetto a cui se ne aggiunse un altro, per unificarli. Nel 76
intervenne il Governo con un proprio disegno di lege, poi riveduto nel
'77, in mezzo ad un nuovo grandinare di progetti di partiti. Nel '78 nacque
una proposta PSDI-PCI intorno a cui se ne intrecciarono altre di ogni parte
politica e sociale, Non se ne fece nulla, e si ricominciò da un
progetto PSI_PRI che stazionò alla Camera fino al 1982, mentre nel
1983 l' opposizione presentò un progetto suo. Ad essi seguirono
due proposte, palleggiate fra i partiti ed abbandonate nel 1984 per un
nuovo progetto del PLI a sua volta rimaneggiato da varie forze politiche,
e abbandonato nel 1985: era stato il massimo sforzo per una "grande riforma",
nessuno ebbe la forza ( o la faccia) di fare subito nuove proposte.
Il prolungamento dell' obligo fu incluso negli anni successivi in alcune
proposte di legge parziali; poi tornò a far parte nel 1986 di un
nuovo disegno di legge -quadro, prsto fallito. Intanto riprendevano fiato
le forze politiche. Nacque un nuovo progetto del PCI , aggiornato nel 1987,
seguito nel 1988 da proposte della DC e del PRI : tutti regolarmente estinti.
Si tentava intanto una rifoprma di fatto attraverso i programmi di insegnamento;
essa, affidata nel 1988 ad una commissione rimasta operante fino al 1993,
ha dato luogo a estese sperimentazioni: unico segno di riforma effettiva
fino ad oggi. Nel 1990 intanto una conferenza nazionale sulla scuola produceva
un articolato legislativo approvato solo in Senato nel 1993, per fine legislatura.
Gli ultimi due tentativi risalgono uno al 1994, e l' altro al 1996: e'
il ben noto disegno di legge di riordino dei cicli scolastici dell' attuale
ministro del 1996, il quale si e' scavalcato da solo in questi giorni,
facendo approvare dal Goverso la sola estensione dell' obbligo ai 16 anni,
fuori di ogni riordino ( in
contrasto appunto con la previsione del disegno di riordino dei cicli
che fissa l' obbligo fino a 15 anni N.d.D. ).
Incapacità a decidere?
Questa è la storia : trentaquattro anni di dibattiti, una quarantina di conati legislativi per nove legislature.E' il segno di un 'incapacita' di decisione politica, come scriveva uno studioso della questione una decina di anni fa ? La non decisione non era solo incapacita': dipendeva dagli inestricabili conflitti fra interessi politici, ideologici, culturali, sindacali, corporativi di cui la classe politica era ed è portatrice . Si può credere che oggi una decisione improvvisa sul biennio abbia sciolto tutti i conflitti? Essa segnala piuttosto l' apparire di un "fattore E" ( E per Europa) : il Portogallo ha esteso l' obbligo scolastico, lo facciamo anche noi.
Il fattore E ( + la C.E.I. ?)
Giancarlo Lombardi, ex ministro della pubblica istruzione
dichiara alla stampa che questa riforma è " inaccettabile, incredibile,
vergognosa, disastrosa, folle" ; nasce dalla " paura di restare in compagnia
della Grecia" , e da un baratto fra laici e cattolici : " voi appoggiate
la riforma Berlinguer, noi l' aiuto economico alle scuole non statali ".
Lombardi , profeta del cardinal Ruini.
Se il fattore E funzionerà chi andrà ad insegnare ai cinquantamila
nuovi studenti previsti (magari un po' meno, con l' evasione in atto )
? Chi guadagnerà e chi perderà il posto di lavoro con il
rimescolio degli insegnamenti ? Come si potrà accordare di colpo
la unitarietà fondamentale del biennio con la varietà degli
studi ulteriori e gli ideali e gli interessi che quelli rappresentano ?
Come si concilierà il conflitto fra il biennio unitario e la formazione
professionale regionale già operante in esso ? E quello fra lo Stato
laico e la scuola cattolica ? Funzionerà il fattore E in Parlamento,
decretando d' urgenza vinti e vincitori di questa specie di guerra dei
trent'anni di cui abbiamo riasunto le battaglie? Aspettiamo le risposte.
Ci dicevano che l' ingresso in Europa avrebbe portato in Italia lo spirito
di serietà della vita civile e politica europea. E' questa la serietà?
Domanda
esseziale: il Parlamento una risposta la dovrà dare.
Un
mio amico , direttore di un ' antica rivista per la scuola, sta conducando
un 'inchiesta fra quanti fanno il nostro stesso mestiere
su figure di insegnante elementare che <siano state significative per
la nostra formazione> . Gli ho risposto così : da bambino
non ho avuto insegnanti elementari; esisteva ( e forse esiste ancora) una
norma sull' adempimento dell' obbligo scolastico che sostituiva alla scuola
pubblica la "scuola paterna" (ora
l' art. 11, comma 2 del T.U 297/94 lo consente ai genitori che dimostrano
capacità tecnica ed economica N.d.D.) ;
il
che voleva dire per me approfittare di tutte le occasioni familiari per
imparare a leggere e a scrivere; e sul mandare a memoria le tabelline la
famiglia era inflesibile.
Al
resto provvedeva la biblioteca di famiglia. La scuola elementare si materializzò
una sola volta per gli esami d' obbligo, e mi divenne familiare solo con
il ginnasio inferioire ( la scuola media unica di allora, provvista di
latino ).
....li ho avuto da grande
Di insegnanti elementari ne ho avuti solo da grande. Li incontravo in occasioni in cercavano di mettere in comune le proprie esperienze e le proprie letture, per aiutarsi reciprocamente a diventare un po' più bravi. Erano molto diversi da quelli dei libri di pedagogia che avevo studiato, e anche dai ritratti ideali di un loro grande estimatore come Giuseppe Lombardo Radice: più modesti ma più vicini, più reali.
Il loro fascino
Non risolvevano, come nei libri, tutti i problemi didattici : di poroblemi ne avevano tanti, e poche soluzioni; ma le soluzioni le cercavano insieme, e qualche volta ne trovavano di buone. Il loro fascino stava prorprio in questo cercare e (qualche volta) trovare, e la la loro prima lezione inconsapevole era che non si possono capire le grandi teorie dell' educazione senza aver prima capito come è fatto il lavoro quotidiano in una classe : anzi, senza aver provato a farlo, in molte classi e in molte situazionie occasioni differenti. Da loro imparai anche che in molti casi, quando si è lavorato insieme, discutendo di alunni, di libri e lezioni, di orari e tecniche didattiche, di risultati buoni e cativi, una teoria dell' educazione non serve più a molto: servono certi modi di maneggiare le esperienze, di analizzarle, di cavarne qualche regola generale. Poi. molto poi, per collocare tutto questo nel quadro di una cultura, della sua storia, si può ricorrere alla pedagogia e atutte le sue teorie.
L' estratto di
maestro
Potrei fare i nomi di queste
maestre e maestri: molti scomparsi, qualcuno ancora vivo. Ma non potrei
sceglierne uno, o due , o tre.
La mia immagine di insegnante
elementare li comprende tutti: è in un certo senso un estratto di
maestro. Certo, la materia prima dell' estratto è di quella migliore,
di persone ricche di fervore, inventiva, senso pratico, di intelligenza
degli altri, e in particolare di quella dei bambini: una immagine che ne
sovrappone tante; qualcuna molto colta, allieva di grandi figure dell'
educazione, qualcun' altra mai uscita dalla sua scuoletta di paese, tranne
che con l' immaginazione sollecitata dalle letture.
La lezione
Forse la lezione più
importante ricevuta dal mio estratto di maestro sta nel tenere a debita
distanza le disposizioni, le norme, le "direttive" pedagogiche rovesciate
nella scuola dalla gerarchia amministrativa. Una volta si parlava in proposito
di libertà didattica degli insegnanti ( vedi
la Costituzione, art. 33, riscritta dagli alunni
di 4^ e 5^ elementare), oggi si potrebbe parlare di autonomia delle
scuole. Non dico di ignorarla, tutta quella roba, ma di passarla all'esame
della propria esperienza sì, e di evitarla motivatamente quando
non si innesta in essa.
Se chi manda le "direttive"
fosse addestrato dagli insegnanti a riflettere sulle loro osservazioni
e a tenerne conto, sotto pena di essere cestinato, da una collaborazione
del genere nascerebbe una didattica valida molto più di quella dei
libri: perchè riuscirebbe ad essere una specie di sintesi fra concetti
in molti casi validi solo in astratto ed esperienze in molti casi sufficienti
a renderli concreti, con gli aggiustamenti necessari.
So benissimo che i maestri
non sono tutti tanto bravi da imporre un tale esercizio a chi li conosce
solo da lontano, e da lontano vuol dirigere la scuola. Ma di bravi, di
veramente bravi, ce n'è parecchi.I miei maestri erano così.
Io sono stato fortunato: sono stato educato bene.
Dando atto al
prof. Laporta di aver messo il dito su UNA " piaga" di non facile
guarigione, voremmo risalire di un gradino la "gerarchia" della "bravura"
per suggerire , insieme all "estratto" di maestro, anche l' uso del
"concentrato" (magari doppio) di Direttore didattico, e, perchè
no? anche di Preside. E sì, perchè il rimedio dell'
estratto, secondo noi, non vale solo per la scuola elementare, ma
per tutti gli ordini e gradi di scuola, compresa l' Università.
Personalmente
possiamo dire , senza presunzione, ma con orgoglio, che durante la nostra
attività di Direttore abbiamo sempre cercato di evitare la
diffusione di "direttive " e circolari inutili, se non dannose. Se gli
attuali nuovi Dirigenti si impegnassero non a copiare e trasmettere senza
alcun commento le Circolari ministeriali e provveditoriali , ma a leggerle
con occhio professionale scartando tutto il non necessario e assumendosi
le responsabilità connesse, anche di fronte alla gerarchia , il
problema posto dal prof. Laporta perderebbe molto della sua drammaticità.
Ma dove sono i Dirigenti disposti a gestire la vera autonomia nella e della
scuola?
Non per niente
la tanto sbandierata autonomia è solo virtuale: ciò
che ora si autorizza con enfasi era, di fatto, già possibile
dal 1974 utilizzando bene i Decreti delegati.( N.d.D.)
OBBLIGO : 15 O 16 ? CHI PUO' DIRLO?
Quest'anno è in corso la riforma dell'obbligo. Un doppio corso: un disegno di legge del ministro prevede l'obbligo dai cinque ai quindici anni, con un generale sconvolgimento della scuola materna, elementare, media e secondaria; un altro disegno di legge dello stesso ministro, più urgente, prevede l'obbligo dai sei ai sedici anni (ridotti poi d'urgenza a quindici). Difficile dire se uno dei due arriverà in porto perchè - urgente o no - finora in trent'anni nessun disegno di legge in materia c'è arrivato.
L' EUROPA E NOI
Il prolungamento della scuola dell'obbligo è un portato dei tempi nuovi, e tutta l'Europa ha risolto il problema di accordare con essi le sue tradizioni scolastiche. Noi, no. L'Europa aveva interesse al risanamento delle nostre finanze, e ci ha obbligati a risanarle. Ma non ci obbligherà certo al miglioramento delle nostre scuole: quanto meno migliorano tanto più i nostri giovani resteranno indietro ai giovani europei nel trovar lavoro. Nessuno ci fa fretta. Speriamo che ci pensino gli studenti, che ne hanno tutte le ragioni.
NUOVI MOTIVI PER PROTESTARE
Le agitazioni degli
studenti ormai sono quasi una tradizione: dovrebbero far parte della programmazione
scolastica e dei progetti di istituto. Quest'anno, a parte la questione
dell'obbligo, ci sarà da contestare
il nuovo statuto delle studentesse
e degli studenti? Non posso entrar nella loro pelle, perciò non
entro nel merito. Staremo
a vedere.
Sarà
forse più difficile decidere un'eventuale agitazione sul nuovo esame
di stato che vorrebbe
esser più serio dell'attuale, ma sembra soltanto più confusionario.
Leggo che ogni studente candidato riceverà una guida al nuovo esame,
più un "manuale d'uso" con allegati i testi di legge e i regolamenti:
un esame con le istruzioni per l'uso. Finora si studiava "per" l'esame,
ora si studierà anche l'esame. Leggere istruzioni, capirle studiando
leggi e regolamenti equivale a studiare unanuova materia opzionale: è
una novità buona o cattiva? Quanto alla famosa prova dei quiz, gli
insegnanti avranno a disposizione, dice il ministro, un "volumaccio" con
tutti i quiz, in prima visione, per addestrare gli studenti. La
commissione poi dal volumaccio
dovrà scegliere i quiz per l'esame: avendo la metà dei membri
interni, indovinate quali sceglierà? Perciò, sull'esame di
stato, agitarsi semmai solo con cautela.
Non vorrei
passare per sobillatore di studenti. Ma non avranno niente da dire sui
libri di testo? E' una questione che si presenta già
prima di entrare a scuola, e si sta cercando di risolverla nei mercatini.
Ma i mercatini non forniscono gli "aggiornamenti" dei manuali. Gli aggiornamenti
son necessari: sono un segno dei nostri tempi veloci, in cui la cultura
cambia continuamente, e la globalizzazione ci obbliga ad occuparci delle
faccende di genti e paesi di cui non ci importa niente. Così, se
non ci pensa la scuola devono essere i padri ad aggiornare
i figli, e spiegargli che se la borsa di Hong Kong crolla c'è il
caso che qualche padre debba chiudere la sua borsa ai figli che vi attingono.
E se la guerriglia algerina sfascia qualche gasdotto, a qualche
madre di casa nostra diventa
più difficile cucinare.
EDUCAZIONE CIVICA E GIORNALI
Ma è
necessario per questo aggiornare i manuali? Io che non vado più
a scuola, sono aggiornato anche senza: compro giornali. Se si vogliono
aggiornare gli studenti basta dirgli di portare in classe ogni giorno da
casa i giornali del giorno prima. La lettura critica dei giornali fa capire
la vita di fuori scuola, e capire la vita di fuori scuola coincide con
l'educazione civica (se i ragazzi in casa di giornali non ne trovassero,
l'educazione civica andrebbe insegnata ai genitori).
Gli insegnanti,
i genitori: parlando degli studenti penso anche a loro. I ragazzi crescono
in fretta: son bambini nella scuola elementare e media. Cambiano voci e
forme, e sono già studenti nella secondaria. Non si fa in tempo
a conoscerli, e già son diplomati. Vivono in tempi difficili, e
li soffrono senza saperlo anche quando cantano, ridono e corrono sui loro
motorini. Devono prepararsi a un futuro di cui nessuno può saper
niente, perchè saranno loro stessi, questi ragazzi, a costruirlo
nel bene e nel male. E niente è più difficile che preparare
il proprio futuro senza nessuna esperienza del passato. Il loro passato
siamo noi. Aiutiamoli.
Scalfaro e la Citta' del Vaticano
A bocce ferme e a menti riposate si puo' riflettere
sull'aspetto che più di ogni altro ha suscitato dibattito nella
conclusione della vicenda governativa: la designazione del segretario di
un partito ex-comunista a presidente incaricato. Qui non e' in discussione
la scelta del Presidente della Repubblica, costituzionale e obbligata,
ne' il milione di " no " raccolto in piazza contro di essa, formalmente
legittima. Si discutono le reazioni pervenute da uno "Stato amico" che
abbiamo in casa: lo Stato della Citta' del Vaticano.
Va riconosciuto alla stampa della Cei almeno il
merito di non considerare "clandestino" il nuovo governo, come altre forze
di opposizione. Quel che si puo' discutere e' il suo giudizio: D'Alema
e alcune delle forze che lo appoggiano sono stati comunisti; e qualcuno
in esse dice di esserlo ancora. Non si doveva chiamare D'Alema a governare
il Paese, anche se raccoglie una maggioranza in Parlamento.
Secondo quella stampa queste critiche non erano
ideologiche, ma "laiche". Forse e' così: in queste occasioni si
deve accettare il fatto che il regime liberaldemocratico e' tale che anche
chi non lo condivide puo' utilizzarne i vantaggi. Andrea Riccardi, fondatore
della Comunita' di Sant'Egidio, ha scritto: la Chiesa vive a suo agio in
un regime liberaldemocratico, ma non e' divenuta liberaldemocratica nella
sua vita interna : Intransigenza e modernità. ( La chiesa cattolica
verso il terzo millennio, Bari, Laterza, 1996). Ci sono pochi dubbi che
la Cei faccia parte della vita interna e non liberaldemocratica della Chiesa,
e che le sue critiche al Presidente della Repubblica nascano in quella.
Ma e' anche vero che un vescovo cittadino italiano nella nostra liberaldemocrazia
può chiamarsi "laico" quando porta quelle critiche in Italia.
In questa occasione la Chiesa pero' e' andata più
in la'. L'Osservatore romano, ha criticato il Capo dello "Stato amico"
nel medesimo tono. L'Osservatore non e' un giornale italiano, e' voce autorevole
e autorizzata dello Stato della Citta' del Vaticano. Ha trodotto la critica
cosi': "A cinquant'anni dalla sofferta vittoria della liberta' e democrazia
contro il comunismo, il capo dello Stato affida il preincarico a un uomo
dell'apparato dell'ex Pci". Vien da domandarsi: vittoria della liberta'
e della democrazia, dove? nella Città del Vaticano? No, li' vige
la teocrazia. Il Capo dello Stato: quale? il Papa? No: il "Capo dello Stato"
per l'Osservatore e' quello di un altro Stato dell'Italia.
Ingerenza negli affari di altro Stato ?
Come si spiega questa ingerenza contraria al diritto
internazionale nella politica dello "Stato amico" ? Si spiega con una dottrina
millenaria che di questi tempi e' riassunta cosi': " La sovranita' civile
e' stata voluta dal Creatore perche' regolasse la vita sociale secondo
le prescrizioni di un ordine immutabile nei suoi principi universali" :
di quest'ordine e' interprete la Chiesa, poiche' "non e' chi non
veda come l'affermata autonomia assoluta dello Stato si pone in aperto
contrasto con questa legge immanente e naturale " (Pio XII, Summi Pontificatus).
Percio' mentre lo Stato nei rapporti con la Chiesa
deve rispettare i Trattati che li regolano (e la Chiesa di recente li ha
fatti valere nei confronti di un cardinale inquisito dalla giustizia italiana),
per essa quei patti in certi casi non valgono: il Presidente della Repubblica
italiana certe cose non deve farle.
La risposta del Presidente percio' e' stata esemplare.
Lo e' stata soprattutto per tutti i cattolici italiani. Per chi creda nella
laicita' dello Stato la risposta non puo' essere che quella della Costituzione:
" Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ognuno nel proprio ordine, indipendenti
e sovrani ": il Capo dello Stato che designa un presidente del Consiglio
e' indipendente e sovrano. Chi non lo capisce non ha il senso dello Stato.
Scuola e senso dello Stato
Per molto tempo i cattolici sono stati accusati di questo: non hanno il senso dello Stato, credono di poterlo sottomettere al magistero della Chiesa. Per fortuna questo non e' sempre vero: sono ormai molti i cattolici osservanti che, messi dalla fiducia popolare a maneggiare i meccanismi della Costituzione, ne hanno assimilato la logica e i principi: ne sono stati e ne sono gli interpreti e i difensori, talvolta a prezzo della vita, come Moro e Bachelet. A costoro, sereni custodi della pace fra Stato e Chiesa, vanno rivolte gratitudine e speranza. Quando saranno divenuti maggioranza fra i cittadini cattolici e ad essi saranno affidate le loro scuole, forse un nostro storico problema sarà risolto.
AL SOMMARIO
ALL' INDICE GEN.LE
| Politici, giornali
e lettura
Un parlamentare di mezzo secolo fa incorso in una disavventura giudiziaria, nonostante questa, tentava ancora una volta le vie del Parlamento. Un amico gli domandò come pensava di giustificare con i suoi elettori le imputazioni riportate dalla stampa. Lui rispose con orgoglio: i miei elettori non leggono i giornali. Oggi come oggi, una risposta sbagliata: gli elettori le notizie le trovano in televisione e non si può sempre distrarli con le partite di calcio. Da questo punto di vista gli elettori sono meglio protetti, sempre che la televisione non sia controllata proprio da chi ha le disavventure giudiziarie. Ma quel che ci interessa qui è la lettura. Sulla stampa tempo fa si è svolto il solito dibattito: in Italia si legge poco. Questa volta si discuteva sui giovani, forse perché si dava per scontato che con gli altri non c'è più niente da fare. L' intervento di Berlinguer Se li confrontiamo con quelli
che vanno allo stadio, in sala giochi e in discoteca, i ragazzi che preferiscono
la biblioteca son davvero pochi. Ma cosa si può fare? Il ministro
Berlinguer ha convocato in televisione un gruppo di studenti della secondaria
superiore per discuterne. Uno gli ha obiettato: I giornali non si leggono
perché parlano difficile, per esempio scrivono "referendum". Io
so quel che vuol dire, ma i miei amici non sanno il latino. Come fanno
a capire i giornali?
Libri, giornali e genitori Se ci interessiamo a qualcosa, quasi sempre è perché qualcuno ce l' ha fatta provare. Se da piccoli ci hanno portato allo stadio, ci andiamo ancora. Da piccoli abbiamo imparato a mangiare gli spaghetti e non ne facciamo più a meno. Se da piccoli eravamo inglesi, da inglesi grandi ci piacerebbe il pudding, se eravamo tedeschi, ci piacerebbero i crauti, se eravamo pigmei africani, ci piacerebbero le locuste fritte. Se da piccoli in famiglia si leggevano libri e giornali, li avremmo letti anche noi, ed oggi ci piacerebbero. Berlinguer non doveva chiamare in televisione gli studenti, ma i genitori. Doveva domandare: quanti giornali portate a casa ogni giorno? quanti libri avete in biblioteca? La scuola del leggere...... E' vero che per leggere c'è
la scuola. Ma i libri scolastici sono un tormento: gli studenti li leggono
saltando le parole sconosciute, li sottolineano ben bene, e li imparano
a memoria pur di levarseli di torno. Li considerano un incomodo scolastico
da scaricare appena possibile sui mercatini dell'usato.
.....e dello scrivere D'altra parte chi si preoccupa
perché i ragazzi non leggono ha mai pensato a quanti sono quelli
che non scrivono?
Un "sistema" che funziona Il nostro mondo, insomma,
è fatto di una élite che legge, scrive, fa politica e governa,
e di una massa che gira fra stadi, cinema e tv, sale da gioco e discoteche,
legge fumetti e si lascia governare. Sembra tutto un sistema programmato,
e forse lo è. Se lo è, fra l'altro nessuno se ne accorge.
Anche se qualcuno ne scrive, come qui, lo scritto va soltanto a chi legge
o scrive già. Nella massa che gira fra stadi, cine, tv, sale gioco,
discoteche e magari crociere a Honolulu, nessuno leggerà mai. Se
è un sistema, funziona.
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La famiglia e la scuola
L'idea della famiglia educatrice e' tanto naturale, addirittura
proverbiale, da essere passata senza discussioni dal proverbio alla Costituzione.
In qual modo essa educhi, poi, e' affar suo. Incontro qualche mattina a
un crocevia un padre di famiglia che accompagnando il figlio a scuola gli
insegna a passar con il semaforo rosso quando non passano automobili e
non ci sono vigili. Cosi' la scuola che in sede di educazione civica insegna
a rispettare i semafori, agli occhi del bambino da' senza saperlo un'altra
lezione: io devo insegnarti che i semafori vanno rispettati, ma tu fa come
ti dicono tuo padre e tua madre (e gli insegnanti a casa loro, in veste
di madri e di padri).
La scuola deve insegnare educazione civica, e percio'
il rispetto della legge, la famiglia coltiva sovente un proverbio di antica
saggezza: fatta la legge, trovato l'inganno. In generale un principio di
educazione civica all'italiana sembra questo: le leggi devono esserci nel
nostro, come in ogni paese civile, ma la famiglia, che e' piu' antica e
piu' saggia delle leggi, ti insegna come farne a meno.
La politica , le leggi e il Quirinale
E' questo il principio che vale anche in sede politica,
nei riguardi della legge fondamentale dello Stato. Per esempio, quella
legge, la Costituzione, ha dettato una norma di buonsenso per cui ogni
altra legge che comporti una spesa per lo Stato deve avere copertura finanziaria
nel bilancio statale. Altrimenti il bilancio dello Stato va in passivo.
Ma nel nostro mondo politico c'e' chi ha saputo far leggi che hanno contribuito
a creare nei conti dello Stato piu' di due milioni di miliardi di passivo.
Come ci sono riusciti? Passando col rosso: forse il vigile al Quirinale
non guardava.
Cosi' oggi tre quarti del mondo politico si stanno dando
da fare per scavalcare la norma della Costituzione che vieta allo Stato
di finanziare la scuola privata. E' un'impresa un po' piu' difficile perche'
l'altro quarto del mondo politico fa la guardia asserragliato intorno al
semaforo rosso dell'articolo 33 della Costituzione. Ma gli altri sono impegnati
a fondo nel trovare l'inganno giusto.
Costituzione , scuole private e finanziamento
La Costituzione dice che i privati possono "..istituire
scuole, senza oneri per lo Stato", i soldi alle scuole private direttamente
non si possono dare; questo e' un fatto. E allora? C'e' chi suggerisce
di cambiar qualifica alle scuole private, di chiamarle pubbliche. "Pubblico"
non vuol dir proprio "statale", ma quasi. Cosi' potremmo "quasi" finanziarle.
C'e' chi preferisce dar soldi non alle scuole, ma alle famiglie dei loro
alunni, o addirittura agli alunni stessi, perche' gli alunni sono tutti
eguali, figli di mamma, pubblici e privati: cosi' famiglie o alunni li
portano alle scuole e chi nello Stato controlla il semaforo dell'articolo
33, non si accorge di nulla. Non potra' nemmeno lagnarsi se nelle scuole
i cui alunni sono finanziati dallo Stato, alcuni insegnanti possono insegnarci
e altri no: gli alunni sono tutti eguali, gli insegnanti no.
C'e' poi chi propone di non dar niente alle famiglie,
ma di farle risparmiare sulle tasse. Con questo marchingegno le famiglie
potranno addirittura andare a pagare le scuole private di tasca loro, sotto
gli occhi di tutti, mentre nessuno le vedra' quando nella dichiarazione
dei redditi si rimborseranno a spese dello Stato.
Il trucco
E infine c'e' chi prende di petto la Costituzione, perche'
essa dice che le scuole private non possono essere istituite a spese dello
Stato, ma non dice che non possono essere gestite a spese sue. Capito?
Il privato apre la scuola oggi a proprie spese; da domani poi la deve pagare
lo Stato, nei secoli dei secoli.
Insomma, nessuno pensa di salvare la Costituzione: pensano
solo a trovare un trucco tale che i cittadini che credono in essa non si
accorgano di niente. Eppure, sarebbe possibile risolvere la situazione
senza trucchi.
La soluzione corretta
Puo' darsi che le famiglie interessate abbiano ragione, e che la gente sia disposta a riconoscerlo. Ma la gente dovrebbe poterlo dichiarare formalmente, assieme al Parlamento, cambiando la Costituzione, invece di prenderla in giro. La Costituzione puo' essere cambiata con mezzi costituzionali. La via per farlo e' piu' lunga, ma risponde a principi di onesta' politica e civile; la via dei trucchi invece non e' costituzionale, e' all'italiana. Quei tre quarti di politici che la scelgono non vogliono far aspettare le famiglie. Invocano la loro liberta' (della liberta' dei figli nessuno si occupa: quelli non votano). Contano sulla gratitudine delle famiglie, e stimano che la maggioranza delle famiglie sia fatta di quelle che educano i figli a passar col rosso. Calcolo sacrosanto: siamo in democrazia.
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