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Entro la metà di giugno i Collegi dei docenti delle scuole elementari procedono alla scelta dei libri di testo validi per l' anno 98/99. Trattasi di un "rito" che si ripete, ormai, da 51 anni più o meno nella stessa forma e procedura. La novità "rivoluzionaria" fu introdotta dall' art. 5 della legge 517/77, che previde la possibilità di optare per altri libri " non di testo" , cioè non uguali per tutte le scuole e per tutte le classi , con finanziamento a carico del bilancio di Circolo per la composizione e l' acquisto di biblioteche di classe, ma non ci risultano attivate molte esperienze del genere . Nessuna scuola, tranne rare eccezioni, si è "imbarcata" nell' iniziativa soprattutto perché per attivarla occorreva ed occorre organizzare una sperimentazione regolarmente autorizzata a tutti i livelli burocratici locali . Le norme ancora in vigore sono fissate dal T.U.297/94 con gli artt. dal 151 al 158, per la scuola elementare; 188 e 189 per la scuola scuola media , che in pratica rimandano alla procedura elementare. Per la scuola superiore, invece, non ci sono previsioni e quindi tutto è rinviato ad Ordinanze, regolamenti e Circolari ministeriali, oltre che, ovviamente alla decisione del Collegio dei docenti ( vedere C.M. prot. 9928/96) .
Le disposizioni ministeriali per il 98/99 hanno giustamente ricordato che anche i Circoli ed Istituti che volessero sperimentare l' autonomia, consentita con le CC.MM. 765 e 766 /97, non possono effettuare una scelta alternativa al libro di testo ufficiale se non hanno già avviato in tempo utile la procedura per la relativa sperimentazione, ex artt.277 e 278 del T.U.297/94. Se si esclude, dunque, la "implementazione" conseguente alla autonomia berlingueriana, la problematica della scelta non ha registrato, in 50 anni, sostanziali novità anche e soprattutto per quanto riguarda l' obbligo della scelta.
La questione dell' obbligo, anche se vecchia, come vedremo, è stata ripresa nei mesi scorsi da un gruppo di docenti di scuola media e superiore che hanno riaperto la "querelle" sulle liste di discussione (mailing list) via INTERNETcosì come fece il Movimento di Coopeerazione Educativa nel primo lustro degli anni 70 .
La sintesi, scritta a tre mani, è stata messa in linea sulla rivista telematica TRACCIATI che può essere consultata sul sito : http://www.eurolink.it/tracciati/ . La conclusione raggiunta, però, non ci sembra innovativa rispetto alle proposte del Movimento di Cooperazione Educativa , nè stimolante per una effettiva autonomia didattico-professionale dei docenti e dei Collegi : il libro di testo rimane anche se lo si chiede migliore ed "implementato" con altri strumenti didattici.
Pur condividendo le riflessioni ed i ragionamenti fatti dagli autori dell'
articolo , ci sembra di poter dire che
il problema dell'
obbligo resta irrisolto e tale resterà se i docenti, almeno quelli
che ci credono, non decideranno di impegnarsi in quella autonomia
professionale di cui sono sempre stati titolari ma che solo ora sono autorizzati
ad utilizzare, almeno sulla carta ed in via sperimentale.
L' obbligo della scelta, infatti, non esiste
perchè non previsto da alcuna legge; ci sono, invece, regolamentazioni
gerarchiche e burocratiche che di fatto non parlano di obbligo ma
di dovere dei docenti a scegliersi i propri strumenti.
In tal senso noi crediamo di aver risolto il problema già 26 anni
fa con un articolo-ricerca pubblicato sul periodico scolastico LIBERA SCELTA
numero multiplo 1/3 del luglio 1972. Lo riproponiamo integralmente
(esclusa la bibliografia ormai superflua) poiché ci sembra di una
attualità quasi sconcertante. ( n.s.)
La polemica
Il problema della scelta e dell' uso dei libri di testo nella scuola elementare
è una questione vecchia, come vedremo in seguito, ma da qualche
anno ha dato origine ad una polemica che cresce sempre di più per
l' interessamento non solo del mondo scolastico ma anche della stampa di
informazione.
Ad agitare le acque sono stati i maestri che costituiscono il Movimento
di Cooperazione Educativa (M.C.E.). La loro avversione per i libri di testo
ha avuto il suo coerente epilogo nel rifiuto , da parte di sessanta insegnanti
milanesi, di scegliere i libri per i loro alunni. La decisione è
stata presa dopo una serie di documenti elaborati in occasione delle riunioni
preliminari per la scelta (1). Non è mancata, ovviamente, la cosiddetta
"repressione" delle autorità. (2)
Le riviste scolastiche e gli organi di informazione si sono interessati
alla faccenda, ma in modo piuttosto superficiale. I loro interventi sono
di tre tipi. C'è chi si limita ad annotare la vicenda senza parteggiare
né per l' abolizione né per la conservazione; c' è
chi si schiera a favore dell' abolizione e chi, invece, per la conservazione
(3).
Uno degli ultimi intervento è quello del C.N.A.D.S.I. che con una
mozione approvata nel XX convegno dell ' Associazione non sa
andare oltre l' esortazione alle "autorità responsabili" per interventi
energici e severi, mentre raccomanda ad autori ed editori di fornire libri
validi. Tale mozione , pubblicata sul n. 4 (gen.'72) de " La voce del CNADSI",
ha portato alla stampa di un manifesto , sempre a cura dello stesso Comitato,
il cui esame è stato fato sul numero precedente del giornale
al quale si rimanda il lettore. Quella del CNADSI è na posizione
decisamente reazionaria soprattutto perché, contrariamente ad altri
conservatori, non si preoccupa di dare una giustificazione teorica e pratica,
cioè pedagogica e didattica, dei libri di testo ma chiede solo misure
di "restaurazione".
Cosa dicono, dunque, le due parti contendenti? Gli abolizionisti hanno
presentato le loro proposte alternative ai testi scolastici. " Noi,
essi dicono, non vogliamo usare i libri fatti apposta per la scuola perchè
non rispondono alle nostre esigenze didattiche, perciò chiediamo
che il Ministeero ci fornisca una biblioteca di classe, ed altri sussidi
e strumenti didattici, affinchè gli alunni possano essere impegnati
nel lavoro autonomo e non a seguire passivamente una rigida codificazione
della cultura, ridotta , oltretutto, ad un ammasso quasi amorfo di nozioni;
per non dire della stupidità, dell' autoritarismo, del classismo
e del fascismo presenti in quasi tutti i testi. " (4).
I conservatori, da parte loro, affermano che seppur è vero che molti
libri sono fatti male è pur vero che senza di essi è inconcepibile
la scuola stessa. E' necessario, pertanto, non eliminare ma semmai ruistrutturare
i libri di testo per adeguarli alle esigenze della scuola e degli alunni,
tenendo presente che la cultura non può prescindere dalle nozioni.
Il CNADSI scrive addirittura, sul manifesto citato, che il libro di testo
è " l'ultimo strumento di cultura rimasto nella scuola italiana"
: è facile immaginare quale ruolo attribuisca ai maestri, ed alla
scuola in genere, questo benemerito Comitato.
Vediamo ora qual è
l' aspetto giuridico della faccenda. L' art. 1 del D.L.C.P.S. n. 1497 del
16-10-47, tuttora in vigore, modificando il R.D. 577 del 5-2-1928, recita
testualmente : " I libri di testo nella scuola
elementare sono liberamente scelti dagli insegnanti, secondo le norme che
saranno fissate dal regolamento" . L'
art. 2 di tale regolamento (D.P.R. 28-1-48 n. 175 ) dice:
" Prima che inizi
il periodo degli esami, e in ogni caso prima dell' ultimo mese di scuola,
si provvede alla scelta dei libri di testo, conformi ai programmi per il
successivo anno scolastico: I maestri di ciascuna scuola si riuniscono
, all'uopo, sotto la presidenza del Direttore o del maestro più
anziano... Per i testi da adottare in ciascuna classe, il maestro, che
presumibilmente vi terrà l' insegnamento nell' anno scolastico successivo,
indica i testi prescelti; ...(e) ne assume la responsabilità in
una motivata relazione scritta".
Fin qui le norme legislative.
Per interpretare, divulgare, disciplimare e dar pratica attuazione al dettato
della legge, i Ministri si servono di apposite Circolari, le quali, come
è noto, costituiscono norme interne che non hanno valore giuridico,
ma che obbligano i dipendenti al rispetto delle norme stesse in virtù
della subordinazione gerarchica; la loro mancata osservanza, dunque, può
comportare la possibilità ed il rischio di richiami e sanzioni disciplinari.
La prima circolare sui libri di testo che si può trovare nell' ultima
"Raccolta" dello Zanobini, è quella n. 43 del 12-2-64. (5) In essa
si parla della opportunità (non obbligo) di scegliere "
un testo che la Casa Editrice offra già completo per l' intero ciclo"
.
Tale opportunità diventa, invece,
una precisa disposizione con la Circolare n. 27 del 20-1-66 che introduce
anche un 'altra novità: la relazione sui testi in uso. Entrambe
le novità hanno la propria giustificazione. L' adozione per ciclo
sirichiama al D.P.R. 23-11-55 col quale, a seguito dei nuovi programmi
emanati nel giugno dello stesso anno, vengono stabilite "norme
ed avvertenze per la compilazione dei libri di testo per le scuole elementari"
(6); la relazione sui testi in uso,invece,
sembra dettata da due finalità collegate e distinte:
1) sollecitare l' impegno degli insegnanti ad una scelta sempre più
responsabile basata sull' aggiornamento professionale;
2) otterene da tale impegno, che comporta una scelta sempre più
rispondente agli interessi ed ai bisogni degli alunni e della scuola, un
automatico miglioramento della produzione editoriale.
Si tratta, cioè, di una fiducia incondizionata nell' onestà
e nella preparazione del corpo insegnante. Ed in verità tale relazione,
proprio perchè fatta dopo l'uso del libro, sarebbe uno strumento
formidabile se, anzichè fermarsi solo nel fascicolo personale di
chi l' ha fatta , arivasse anchge alla Direzione Generale competente ad
applicare l' art. 4 del D.L.C.P.S. n. 1497 del 16-10-47, il quale da al
Ministro la facoltà di vietare l' adozione di libri non rispondenti
alle prescrizioni didattiche ed educative dei programmi ufficiali.(7)
L' ultima in ordine di tempo, ed ancora valida, è la circolare n.
42 del 5-2-69 che però non modifica niente rispetto a quella del
1966.
Ci sono ,infine, le norme e le avvertenze conseguenti ai programmi del
1955 (vedi nota 6) che stabiliscono, oltre al numero dei libri da usarsi
nel corso dei due cicli, anche i criteri tecnici e didatico-pedagogici
che gli editori e gli autori devono seguire nella compilazione dei testi
medesimi. Scorrendo le indicazioni di queste norme due impressioni balzano
nette:
1) gli insegnantri
sono estremamente facilitati nella scelta dei testi;
2) per gli autori
ed editori è quasi impossibile realizzare untesto risppondente in
pieno alle richieste ufficiali.
Le ragioni di tali difficoltà editoriali vanno ricercate,secondo
noi, in un grosso euivoco pedagogico che la nostra scuola si trascina ancora
dietro dal 1860, per non risalire oltre. L' errore consiste nel credereche
l' uomo e il cittadino si formino con lo studio e la conoscenza di certe
materie e di determinate regole di convivenza ( o valori) imposte, in modo
più o meno autoritario, e non invece mediante un rapporto scuola-alunno
che, eliminando l' aspetto nozionistico, sappia inserire, rispettando le
singole personalità, la conoscenza del mondo nell' ambito della
vita reale di ognuno. Insomma no è tanto, crediamo, il possesso
delle cognizioni che forma la persona quando il modo con cui le stesse
vengono "impartite", modo che può generare il pensiero divergente
come può inculcare l' abitudine al consenso acritico. Il difficile
sta appunto nel concepire testi che invece di trasmettere nozioni insegnino
a pensare.
Per avere conferma
di quanto detto basta rileggere i programmi didattici perla scuola elementare
dal 1860 al 1955. (8) Da una lettura comparata anche sommaria di questi
si apprende che sistematicamente , ad ogni mutar di programmi , i legislatori
ed i pedagogisti, criticando i predecesori, ripropongono, anche se con
diverse giustificazione, lo studio delle stesse materie. Ci si accorge,
così, che il periodico aggiornamento dei programmi ( in media uno
ogni 12 anni circa) dipende dal fatto che la scuola operante non ha mai
dato attuazione allo spirito informatore dei programmi stessi, e ciò
anche per colpa del libro di testo che, sforzandosi di essere il più
completo possibile dalpunto di vista contenutistico, ha costituito sempre
un comodo appoggio ed una " sicura" guida per gli insegnanti.
Francesco Orestano
nelle istruzioni ai programmi del 1905 scriveva :
"I programmi
abrogati ( quelli del 1894) ...lasciavano poi al maestro ampia libertà...di
fissare...il particolare contenuto del suo insegnamento. da qui una quantità
di inconvenienti non trascurabili: l' indeterminatezza del modo di graduare
le materie della istruzione, la corrispondente imprecisione nei libri di
testo, o troppo vaghi o troppo farraginosi, e così di seguito...
La indeterminatezza dei programmi ha infatti in special modo nuociuto nellacompilazione
dei libri di testo".
Non
si può dire comunque che i programmi di Orestano abbiano dato vita
a libri meno farraginosi dei precedenti, anzi!
Se Lombardo Radice nelle sue " Lezioni di didattica" ( edizione del 1934)
scriveva : " La scuola attiva non è
libresca(...) ma ha bisogno di libri. Libri, non - libri di testo
-. Libri al plurale" , ne aveva
evidentemente validi motivi. (9) Del resto tale sua esogenza si avverte
anche nelle prescrizioni sui libri di testo allegate ai programmi da lui
redatti nel 1923. E ciò significa ,in definitiva, che anche i libri
non hanno mai risposto pienamente alle richieste programmatiche.
Conclusione :i libri di testo, dal punto di vista didattico, possono anchje
essere utili, e forse necessari, ma non indispensabili, a condizione ,
però, che siano rispondenti alle richieste dei programmi e che gli
insegnanti ne sappiano fare l' uso più opportuno, (10) mentre dal
punto di vista pedagogico appaiono quanto meno inutili, se non dannosi,
poichè limitano e condizionano l' attività di apprendimento
e maturazione dell' alunno nonchè l' attività del maestro.
Leggendo, dunque, il volume del Bettini e le " Le lezioni" delRadice ci
siamo accorti che, come detto all'inizio, la questione dei libri di testo
è un problema vecchio che risale all' inizio del secolo. (11)
I viogenti programmi, da parte loro, anzichè risolvere hanno complicato
il problema. Ci hanno ricondoto, cioè, alle condizioni in cui operò
Orestano nel 1905, con l' aggravante che il progresso economico e tecnologico
hanno favorito una crescita indiscriminata di editori che vedono nel libro
di testo il solo aspetto commerciale, col conseguente appiattimento qualitativo.Ma
c'è di più. Le ispirazioni pedagogiche degli stesso programmi,
che molto hanno in comune con le idee del L. Radice, sono in netto contrasto
col Decreto del 1948 che, in pratica, ha istituzionalizzato il libro di
testo nella scuola elementare come strumento di cultura specifico ed insostituibile.
Vogliamo dire, cioè, che se l' insegnante formula , così
come impone la "premessa", un piano di lavoro veramente personale non può
servirsi dei libri di testo, i quali devono necessariamentre avere una
impostazione neutra che si adatti , cioè, a tutti gli alunni e a
tutti gli ambienti; se, invece, come è successo e succede, non è
il maestro a compilare il piano ma sono gli editori con i libri e le riviste,
allora non vediamo a cosa serve la indicatività dei programmi stessi
dal momento che la libertà didattica e metodologica data agli insegnanti
si risolve in un asservimento ai " pianificatori" editoriali: tanto varrebbe
allora una "pianificazione " di Stato! (11 bis)
Che
fare ?
A questo punto appare evidente che lapolemica in corso dibatte un falso
problema: l' inflazione dei libri di testo sta a dimostrare che ( senza
offesa per nessuno e, naturalmente, senza presunzione da parte nostra)
il corpo insegnante, nella quasi totalità, non ha la preparazione
necessaria ad applicare integralmente i vogenti programmi. Questo è
il nucleo di tutta la faccenda di fronte al quale il nozionismo, la stupidità,
l' eccesso di illustrazioni, l' autoritarismo, il classismo e perfino
il fascismo di cui vengono accusati gli attuali libri, passano in second'
ordine. Purtroppo, però, queste accuse sono vere, come verità
storica risulta l' incapacità della scuola a realizzare praticamente
le richieste programmatiche.
Cosa fare dunque? Ci sembra inutile, retorico ed anche ingenuo appellarso
alla buona volontà degli insegnanti e degli editori, dal momento
che la maggior parte di essi non tiene conto dei programmi come legge dello
Stato. L' unico tentativo utile, ma non sappiamo fino a che punto, ci sembra
quello di sottoporre all' attenzione dei pochi maestri che stanno portanto
avanti la polemica a loro rischio e pericolo e di quelli che volessero
affiancarli, alcune riflessioni, diciamo così, "giuridiche", sul
concetto di scelta e sulla possibilità di non scegliere i libri
di testo nel senso finora inteso.
Nel paragrafo riguardante l' aspeto giuridico abbiamo riportato integralmente
i passi della legge che , praticamente, impone agli inseganti di effettura
la scelta dei testi ritenuti migliori fra quelli in commercio. E' chiaro,
però, che siamo di fronte ad una consuetudine che ha accettato passivamente
l' uso di libri concepiti appositamente per la scuola senza una giustificazione
logica, pedagogica e didattica. Perchè " il libro" e non "libri",
come diceva Radice? Nessuno lo spiega.
Ma cerchiamo, comunque, di capire qual è la precisa volonta del
legislatore.
Va detto anzitutto che loStato, avendo l' ònere di assicurare l'
istruzione obbligatoria a tutti i cittadini ha il diritto-dovere
di preoccuparsi a che tale istruzione si attui nel miglior modo possibile.
Di qui il doveroso controllo degli strumentio didattici (il libro di testo)
da usarsi nella scuola. A questo punto entra in gioco la libertà
didattica concessa agli insegnanti per cui lo Stato, che, volendo, potrebbe
fare da solo, e lo strumento se l' è dato con l' art. 4 del D.L.C.P.S.
16-10-47, affida ai maestri il compito e la responsabilitàdella
scelta nel rispetto dellaloro competenza didattica e della citata libertà
metodologica su cui poggiano gli attuali programmi.
L' obligo della scelta, insomma, non dovrebbe essere , e secondo noi non
è, una imposizione pura e semplice, cme quella di pagare le tasse
, ad esempio, ma rappresenta una delega a curare gli interessi scolastici
dello Stato affidata al personale della scuola quale unico qualificato
in materia.
C'è poi da chiarire il significato di scelta. Il verbo scegliere
è sinonimo di distinguere, preferire,selezionare, il libro migliore,
nel nostro caso. In questo senso, però, l' azione, esplicandosi
nell' ambito di un numero determinato di libri, si riduce, in effetti,
a prendere ilmeno peggio (come diceva l' editore Abele nel 1911).
Vediamo, invece, cosa dice il Devoto sul dizionario edito da "Selezione"
: - SCELTA - indicazione o assunzione in
base a una preferenza che s' intende rivolta a quanto presenta caratteristiche
adeguate e rispondenti a esigenze oggettive e soggettive. -
E' chiaro che nel nostro caso non si può parlare di esigenze soggettive
dell' insegnante che siano al di fuori di quelle stabilite dalla volontà
giuridica del legislatore, il quale le ha fissate con precisione dicendo
che il contenuto e l' esposizione dei libri devono corrispondere
"...alle prescrizioni
didattiche ed alle esigenze educative, quali risultano dai programmi ufficiali"
. Ciò significa che il discorso
del meno peggio non solo è sbagliato ma soprattutto illegale: se
il libro non risponde pienamente alle esigenze dei programmi non deve essere
adottato anche se è il migliore in commercio.
Questa , crediamo,
sia la interpretazione più esatta delle norme in materia.
Alla luce di tali considerazioni ci sembra di poter dire che si può
anche non scegliere. Non si tratta, però, di rifiutare la scelta
per firmare poi la relazione fatta da altri,, ma sdi dimostrare che i testi
disponibili non sono conformi alle richieste dei programmi e, quindi, non
adottabili. E' un' imprsa difficile ? Non ci pare.
Dopo di che si presenta il problema dell' alternativa. L' impegno ricade
sempre sul maestro che deve ricercare le enciclopedie, le monografie, i
libri di lettura, le filmine ecc. adatte al proprio modo di fare scuola.
Gira e rigira tutto riconduce alla cultura, alla preparazione, al senso
di resposabilità degli insegnanti e di chi li dovrebbe dirigere.
E allora?
Allora punto ed a capo.
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Per non appesantire la lettura riportiamo solo la nota 11 quale interessante testimonianza sulla questione come problema vecchio , ma attualissimo ; la 11 bis è un' aggiunta che non riusciamo ad evitare.
(11) Ma c'è anche un' altra testimonianza. L' abruzzese Stefano
Cilli, scrivendo nel 1911 all' editore Abele Boerchio diceva fra l' altro
:
"
Ma...veda: la questione dei libri scolastici è tutt' altro che semplice,
non può essere risoluta da un nome solo(...) Sorvolando quindi le
piaghe e i benèfici effetti di un monopolio sui libri di testo,
..." .
Al che l' editore
rispondeva :
"
Plaudiamo sinceramente alla nobile iniziativa sua che, oltre agli innumerevoli
vantaggi di indole didattica, servirebbe ad eliminare la corruzione sfacciata
che si esercita oggi, in nome degli alti ideali della scienza pedagogica.
Purtroppo,però, per molti anni ancora, la sua nobile proposta rimarrà
un puro desiderio di molti idealisti, che si sono mantenuti puri nella
missione loro affidata, malgrado le influenze che si esercitano da ogni
parte del commercio librario. Accontentiamoci per ora di scegliere il meno
peggio.." .
(11bis) Ma non
è che Berlinguer vuole arrivare proprio ad una " pianificazione
" ..ministeriale ? Non lasciamoci ingannare dalle consultazioni dei docenti
in corso , peraltro facoltative, sull' autonomia ed i contenuti essenziali
! ; trattasi solo una messa in scena di democrazia virtuale; i risultati,
oltre ad essere scontati per la nota pigrizia del personale scolastico,
non potranno essere presi in considerazione soprattutto se saranno critici
ed alternativi; a decidere , quindi, sarà il solito gruppetto di
"esperti" fidati al di fuori di ogni controllo della base, alla quale,però,
il Ministro ha chiesto parere, con ciò salvandosi l' anima.
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