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INTRODUZIONE
Sul Corriere della
Sera (pag. 3 ) di giovedì 23 aprile è stata pubblicata
un 'intervista di Roberto Bagnoli all' economista Paolo Sylos Labini.
Oggetto del colloquio: la rinnovata sollecitazione del Governatore
Fazio per la riforma della previdenza quale provvedimento "salva-patria",
o meglio, "salva-Euro".
Per capire come la
pensa in merito il prof. Labini basta leggere la seguente affermazione
:
"" Il Governatore Fazio ha ragioni da vendere , anzi ha usato parole fin troppo misurate per non urtare il Governo, ma questa riforma delle pensioni non sta in piedi. Ma come si fa solo a pensare di mandare in pensione persone a 50 anni quando la vita media ormai è di 80 ? ""
Con tutto il rispetto
per il professor Paolo noi non siamo d' accordo. Abbiamo ricordato , così,
ricordati che al tempo del Governi di Berlusconi e poi di Dini,
avendo la possibilità "politica" di far quanto meno arrivare
la nostra voce nelle "stanze de bottoni", ci siamo permessi di far conoscere
le nostre riflessioni sulle pensioni di anzianità in genere e di
quelle del personale docente in particolare.
Dalla rilettura
di tali messaggi abbiamo rilevato che la loro validità
appare ancora attuale e che pertanto sembra opportuno riproporli
aggiustando solo la loro veste grafica, con la speranza che ciò
possa contribuire ad una rinnovata riflessione sulla problematica.
Al prof Labini
rispondiamo con una contro intervista trasformando le Sue risposte a Roberto
Bagnoli in domande affermazioni .
In merito al problema
delle pensioni ci sembra che alcuni personaggi tecnico-politici siano
presi più dalla voglia di fare i giustizieri contro i privilegi
costituiti ( alcuni veri ed altri presunti, che per la verità non
sono molti, se si tolgono quelli raggiunti con l'inganno e l'imbroglio
che vanno ovviamente perseguiti), che dalla volontà di recuperare
il deficit finanziario dello Stato.
In tali casi è convinzione
diffusa che il Primo Ministro debba farsi carico di assicurare un esame
obiettivo e sereno di alcune problematiche impedendo azioni e reazioni
emotive di chiunque addetto ai lavori.
Sul problema, pertanto, ci
sembra opportuno sollecitare un Suo intervento mirato a:
- Individuare obiettivamente, e senza spirito di punizione o di rivalsa, e tanto meno di giustizia sommaria, le vere situazioni di privilegi illegittimi conseguiti da singoli o da gruppi con volontà ed azioni illegali, per avviare nei loro confronti un processo di recupero il meno traumatico possibile, e ciò per evitare incontrollabili scompensi socioeconomici in vasti strati della popolazione.
- Individuare con accertamenti razionali e concreti i gruppi sociali che, non inseriti nel "calderone" INPS, hanno costituito le relative casse previdenziali o comunque un "fondo pensione", con i propri versamenti, senza chiedere ed ottenere niente di aggiuntivo dallo Stato (statali, liberi professionisti, Enti autonomi ecc.) per i quali non appare assolutamente giusto né legittimo modificare la situazione previdenziale e pensionistica che ciascuno si è costruita col proprio lavoro mantenendola sempre in attivo; in merito non si preoccupi di apparire "corporativo" perchè non si tratta solo di tutelare situazioni settoriali , ma anche di rispettare nel contempo il frutto di impegni e sacrifici di specifiche categorie di lavoratori che non possono essere sacrificate, ora, solo per recuperare il danno fatto da altri; non si faccia ingannare dalle proposte di "solidarietà", concetto che la società non ha ancora acquisito, e che scomparirebbe quando tutti fossimo appiattiti come vorrebbe l'on. Bertinotti.
- Graduare nel tempo gli interventi di recupero iniziando dalle fasce sociali più palesemente fuori legge;
- Chiarire in via definitiva il concetto di "diritto acquisito".
Attenzione: in merito si sta ragionando in modo giuridicamente superficiale e perciò errato. La condizione di diritto valida nei rapporti sociali, quindi anche ed anzitutto nei confronti dello Stato, si acquisisce per legge. Il valore del "diritto acquisito" scatta e si concretizza , pertanto, nel momento in cui si verificano, di fatto, le singole condizioni previste dalla legge , e non solo quando si raggiunge un ipotetico esito finale. Altre interpretazioni sarebbero fuori e contro la legge.
Per chiarire.
La nostra legislazione pensionistica è molto variegata, ma ciò
non annulla il valore ed il rispetto delle singole leggi, anche se considerate
corporative. Per ogni categoria, o gruppi di esse, è stata elaborata
una normativa sulla base della quale i lavoratori hanno maturato benefici
e condizioni ma anche sopportato oneri, tutti connessi alle rispettive
prestazioni di lavoro. Fra queste condizioni ci sono le varie possibilità
di lasciare liberamente e volontariamente il lavoro (dimissioni)
dopo aver raggiunto il minimo di contribuzione fissato appunto dalla legge.
Si desume, pertanto, che,
dopo aver maturato di fatto la condizione di legge, ogni lavoratore entri
nell'area del "diritto acquisito". Alcuni Ministri e politici "chiacchieroni"
vanno dicendo, invece, che il "diritto acquisito" si è maturato
solo per chi già percepisce la pensione: è un abbaglio grosso
come un palazzo, divulgato, per di più, in modo impreciso da una
stampa superficiale.
Lei , signor Presidente, per l'impegno politico-sociale assunto in campagna elettorale di fronte agli elettori , nonché per rispettare ed attuare l'ideologia del Suo movimento politico, non può e non deve farsi abbagliare da questi "lampi" di...poco genio, frutto solo di fregola che distoglie l' attenzione dai problemi veri e dalle soluzioni corrette. In merito i "chiacchieroni ferragostani" non si sono accorti di aver innescato una mina i cui effetti devastanti sono imprevedibili, almeno nel settore statale.
Ecco i motivi
- L'attività di insegnamento, e dei servizi connessi, non sono inquadrabili nel contesto di ogni altra attività lavorativa; la differenza è rilevabile non solo intuitivamente ma anche dal confronto dei vari Statuti che regolano il rapporto di lavoro sia pubblico che privato.
- Lo Stato giuridico degli insegnanti , infatti, contrariamente alle altre categorie di lavoratori, prevede impegni e responsabilità non solo costanti, ma crescenti nel tempo per la necessità di un automatico adeguamento dell'azione educativa all'evoluzione socio-culturale, senza il quale l'insegnamento, così come definito dalla Costituzione, non avrebbe senso perchè improduttivo e dannoso.
- Sarebbe dunque pericoloso
imporre la permanenza in servizio per quaranta anni ad un personale che
decidesse liberamente di lasciare la scuola perchè non si sente
più in grado di assolvere proficuamente e responsabilmente agli
impegni richiesti dall'etica e dalla deontologia professionale. La costrizione
, già negativa di per sé, dannosa in ogni tipo di lavoro,
diventa devastante nella scuola perchè incide in modo scorretto
sulla istruzione, l'educazione e la formazione del carattere e della personalità
delle nuove generazioni.
Nella scuola ci si deve poter
stare volentieri ed in condizione di serenità, diversamente l'istruzione
non assolve al suo compito, e l'appiattimento pensionistico porterà
a questo.
Ma l'On. D'Onofrio, nel frattempo, invece di graduare i problemi con l'aiuto degli addetti ai lavori, pensa agli esami di riparazione innescando una ulteriore sperequazione all'interno del sistema fra insegnanti dei vari ordini di scuola : ai docenti delle superiori, di ruolo o non di ruolo, si sta offrendo la possibilità di integrare lo stipendio o di un posto di lavoro, a tutti gli altri no; non si tratta, dunque, di una soluzione valida e democratica; appare ,invece, demagogica e frutto della fregola di fare la prima donna.
Attento, signor Presidente, la scuola non può e non deve essere gestita in modo demagogico e superficiale!
- L'On. Mastella, ed altri, ignorano, forse, che nella scuola si entra a lavorare ad un'età media compresa fra 25 e 30 anni (basta controllare); con la conseguenza che per la maggioranza attuale, ed anche futura, del personale diventa impossibile maturare la pensione per raggiunti limitidi servizio perchè prima dei 65 anni non c'è tempo per compiere 40 anni di attività : oltre che una palese ingiusta sperequazione sarebbe una presa in giro per il personale ; per il settore non esisterebbe di fatto il pensionamento di anzianità. La seconda repubblica non può sorgere su tali ingiustizie né si costruisce azzerando di colpo i precedenti sistemi : dal giudiziario al tributario, dallo scolastico al previdenziale , al costituzionale ecc.
- Ma c'è di più. Nessuno finora, cominciando dai sindacati della scuola per finire ai Ministri, si è accorto che l'insegnamento, dall'inizio delle riforme demagogiche degli anni settanta, è diventato un'attività usurante, forse più di quelle già riconosciute come tali, perchè incide in modo subdolo sull'equilibrio del sistema nervoso. Allo stato attuale, dopo i 50 anni di età sono pochi i docenti (esclusi cioè i lavativi) che reggono all'urto dello stress conseguente alle inadeguatezze strutturali, che sono tante, ed ancor più all'impossibilità di controllare le manifestazioni e la "vivacità" dei bambini che scaricano a scuola tutte le tensioni e le contraddizioni che vivono in famiglia e fuori. E non parliamo dei portatori di hadicaps !
A 50 anni tutto il
personale della scuola dovrebbe comunque poter andare in pensione col massimo
possibile se non si vuol rischiare lo sfascio dell'educazione. Provi solo
ad immaginare, signor Presidente , una maestra di scuola materna di 65
anni alle prese con 25/28 bimbi di tre anni, e poi chieda agli on.li Mastella
, D'Onofrio, e , perchè no ?, anche a Bossi, . cosa ne pensano !
E' diventato indispensabile
che l'aspetto logorante dell'insegnamento sia presa in seria ed immediata
considerazione. Ne va del futuro della scuola. E senza una scuola efficiente
ed efficace non si costruisce nessuna democrazia liberale e liberista.
IN TEORIA
Facendo seguito
al colloquio avuto col Dott. Scalzini giorni fa, nel Comune di Raiano
(AQ), mi permetto di esporre alcune idee in merito al problema
pensionistico attualmente oggetto di discussione a livello politico.
Mai come in questo
caso la fretta sarà cattiva consigliera. Abete avrebbe potuto e
dovuto astenersi dall'intervenire con una proposta politica ad un Governo...
"tecnico", il quale, però tecnico non è più nel momento
in cui decide sulla vita di milioni di persone ; come è appunto
il caso delle pensioni.
Visto, dunque, che non
si tratta di una decisione tecnica il primo suggerimento spontaneo è
quello di NON decidere sulla riforma pensionistica lasciando la
questione al prossimo governo politico. L'attuale Esecutivo, invece,
potrebbe e dovrebbe fare un lavoro , questo sì tecnico, di preparazione
: individuare, una volta per tutte, e pubblicizzare i dati numerici
del problema : categorie di lavoratori interessati, le rispettive norme
e connessi trattamenti in vigore, quali di queste categorie hanno e potrebbero
conservare l'autonomia finanziaria senza gravare sullo Stato, quali invece
gravano totalmente o parzialmente sullo Stato ecc. ecc.
Attenzione : il liberismo
ed il liberalismo non si basano sull'appiattimento socio- economico come
si sta cercando di fare con le pensioni, né si può giustificare
un'attività livellatrice autoritaria dello Stato, soprattutto quando
la stessa viola palesemente i principi fondamentali della Costituzione
e delle Leggi vigenti solo per rimediare a macroscopici errori precedenti.
Da un ragionamento politico-filosofico passiamo comunque al concreto
Sembra che oltre al
deficit dell'INPS, presente e prossimo venturo, la decisione del blocco
e della connessa fretta di riformare dipendano anche dalla paura di dover
liquidare subito le migliaia e migliaia di dimissioni presentate dal 94
in poi da tutte le categorie di lavoratori, con particolare riguardo per
i dipendenti pubblici .
La prima cosa da fare,
dunque , appare quella di individuare le ragioni della richiesta abnorme
di pre-pensionamenti. A mio avviso la ragione è semplice : la PAURA
DI PERDERE I DIRITTI ACQUISITI sia per il trattamento pensionistico
che per la liquidazione della buonuscita (TFR).
Questo timore, peraltro, appare
molto fondato se si analizzano le dichiarazioni confuse contraddittorie
e giuridicamente errate provenienti da più fonti : I DIRITTI ACQUISTI
non riguardano solo le condizioni dei trattamenti pensionistici già
in atto, sono, invece, da considerare acquisite tutte quelle condizioni
che risultano maturate per effetto delle leggi vigenti nel momento in cui
si è instaurato il rapporto di lavoro, sia pubblico che privato.
La paura di perdere tali diritti per effetto di una riforma, necessaria
sì, ma presentata in modo ambigua e penalizzante, ha fatto scattare
la molla delle richieste.
In merito non si può
trascurare che ognuno ha organizzato la propria vita in rapporto alle norme
vigenti nel proprio tempo progettando anche le condizioni di vecchiaia
e/o di cambiamenti in itinere (aspettative tutelate da norme di diritto
oggettivo : la legge;); per far ritirare moltissime domande basterebbe,
dunque, rassicurare sulla conservazione dei DIRITTI ACQUISITI, e questo
appare il minimo che possa e debba fare uno STATO DI DIRITTO qual è
il nostro per non perdere la stessa credibilità su cui si basa l'
"essere Stato".
Sul quotidiano IL TEMPO del 4-marzo (pag. 4) , il Ministro Treu ha fatto volutamente (almeno lo spero) una distinzione che giuridicamente non ha i piedi per camminare; secondo il Ministro, infatti, le leggi previdenziali non garantiscono l'acquisizione di un "diritto alla pensione " ma solo una "aspettativa di pensione". Senza addentrarci in una disquisizione che sarebbe lunga basta solo notare che, mentre il "diritto" viene "imposto " dalla Legge per regolamentare il rapporto fra i membri di una comunità ( Stato /lavoratore) in cui ciascun soggetto possa esercitare la facoltà tutelata di perseguire i propri interessi, " l'aspettativa non è un concetto giuridico oggettivo in quanto costituisce solo la possibilità astratta di conquistare un diritto in seguito a circostanze che si spera possano ancora maturare.
L'affermazione del Ministro, dunque , non si qualifica come intervento ...tecnico, ma come tentativo di confondere le idee a favore di una manovra di grossa rilevanza politica.
Muovendo , dunque, dalla Rnecessità di una riforma previdenziale senza trascurare i concetti di fondo sopra esposti, ecco una proposta operativa valida sia per questo che, eventualmente, per il prossimo Governo.
1) Eliminare la soglia massima di pensionamento sia in rapporto all'età che al numero degli anni di contribuzione; ognuno deve essere libero di lavorare finché è capace e se la sente e/o non si è stufato del proprio lavoro; chi ,invece volesse cambiare vita o dedicarsi ad altra attività più piacevole dovrebbe avere la possibilità di lasciare quando vuole: il Presidente Dini è super pensionato ma svolge il lavoro più impegnativo dello Stato; Gianni Agnelli non è andato in pensione e non ha smesso di lavorare per la FIAT . L' artista Cascella forse sta producendo le sue opere migliori ecc. ecc. . Avevo scritto queste cose all'on.le Berlusconi nell'autunno 94; adesso ( Il Messaggero del 24/2, pag. 2) le ha confermate anche l'economista americano Galbraith ; cito testualmente : "Bisognerebbe lavorare più a lungo di oggi solo se si fa un lavoro che piace. E' invece meglio farla finita appena si può se si svolge un lavoro fisico o un'occupazione molto faticosa....", o , si può aggiungere, che non piace più .
2) Individuare nel VENTESIMO anno di contribuzione ( metà del percorso massimo attuale) la soglia minima per poter chiedere le dimissioni alle condizioni della precedente normativa, condizioni che non devono cambiare per tutto il successivo periodo lavorativo.
3) Adeguare la contribuzione soggettiva, eventualmente necessaria per assicurare la compatibilità finanziaria finale, in rapporto alle esigenze dell'attuale cassa previdenziale di settore : le categorie già autosufficienti non vanno coinvolte con la forza; semmai si può proporre loro la facoltà di partecipare ad un'azione di solidarietà a favore di categorie a rischio.
4) Prevedere una equa riduzione del trattamento pensionistico per chi si dimette e va ad esercitare un'altra attività dipendente, salvo ripristino integrale nel momento di cessazione definitiva.
5) Separare la previdenza dall'assistenza.
6) Investire subito, affidandone la gestione ad uno o più operatori privati nazionali ed internazionali :